creta

Siamo dotati di grande senso artistico. Soprattutto nella costruzione di simulacri in cui sistemare, senza pensarci troppo, esseri umani.

Con cura, plasmiamo gli involucri nel materiale che è più docile al tatto e li decoriamo con pennellate morbide. Dosiamo i tratti – alcuni larghi e imprecisi, altri più sottili e netti – e le sfumature, perché combacino con i nostri desideri: gli occhi sappiano brillare di ironia e intelligenza, le labbra si distendano nel più sorprendente dei sorrisi, il calore delle emozioni arrivi incessante e terapeutico; ripeschiamo i colori da ricordi lontanissimi, aspirazioni e incompiutezze da ricomporre. Tocco dopo tocco, siamo in grado di creare capolavori.

Pensiamo, allora, di trovarci davanti all’uomo perfetto, alla donna ideale, all’amico che abbiamo sempre sognato. Ci sentiamo fortunati, appagati. La vita va come dovrebbe, finalmente, non potrebbe esserci felicità più grande.
Perfino chi porta – forse sorpreso, talora connivente – sulle spalle, sulla schiena, sul capo o i piedi, il risultato del nostro lavoro di costruzione  (e la persona è lì, sotto la crosta) sembra soddisfatto.
Finché dura.

Il simulacro scricchiola, mostra crepe; una profonda, proprio sopra uno zigomo; quella lungo la bocca trasforma il sorriso in un ghigno, le mani non sorreggono più, tutto traballa. Ma come, ci diciamo, era tutto perfetto; con stupore ci domandiamo cosa sia successo. Siamo irritati, delusi, stanchi.

Quando il simulacro si sgretola, la persona su cui l’abbiamo costruito raramente è soddisfacente. Attribuire ogni colpa al simulacro, però, è forse eccessivo.

(Paola Giannelli)® Riproduzione riservata

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