Inquieto vivere

La fame

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Era un inizio d’estate, un giugno incerto mi costringeva ad equilibrismi nel vestire. Da poco rientrata in casa per il pranzo, ero avvolta in una lunga vestaglia di cotonina azzurra, il solo indumento adatto a quei giorni di pioggia sferzante, caldo improvviso e notti fredde.
Un peccato doversi cambiare per uscire di casa. Mi immaginai per strada con la sola vestaglia, vidi la scollatura che si allargava ad ogni passo e non riusciva a trattenere i seni generosi, mentre le cosce robuste spuntavano dai lembi di tessuto sovrapposti.

Seduta al tavolo della cucina, strinsi istintivamente il nodo della cintura, infilai tra i capelli una matita per tenerli fermi e osservai la tovaglietta apparecchiata per il pranzo come se stessi per affrontare un’autopsia. Con le mani appoggiate al bordo del tavolo e il busto appena proteso in avanti, controllai le pietanze una ad una, da sinistra verso destra e poi da destra verso sinistra.
Davanti a me, un piatto fumante di pasta, una porzione di pomodori rossi disposti a spirale su cui risaltava la macchia verde del basilico e un piattino con una fetta di pane. Guardai la piastra di ghisa sul fornello, una fetta di pollo cosparsa di aromi arrostiva spandendo il suo profumo per la cucina. Mi alzai, presi una bottiglia d’acqua dal frigorifero, l’appoggiai accanto al bicchiere e mi rimisi a sedere.
Sperai che bastasse. Me lo auguravo ogni volta che sedevo a tavola o aprivo istintivamente la dispensa, il frigorifero, il forno, quando entravo in una panetteria, un supermercato, un bar o guardavo un distributore automatico.
Avrei poi preso una mela dalla fruttiera al centro del tavolo di noce scuro, unica tra limoni e arance tardive. L’avevo lucidata e messa in bella vista come avevo visto fare a mio padre da bambina.
«Vieni, ti faccio vedere come preparo una mela che non sfigurerebbe in una fiaba» aveva annunciato un giorno con un ampio sorriso e iniziato a strofinare con cura una grossa mela color porpora con un canovaccio, mostrandomi alla fine il frutto lucido e invitante sul palmo di una mano.
«Il cibo deve essere anche bello da vedere» mi ripeteva. Ripensando alle sue parole, provavo a frenare la mia ingordigia con la cura nel disporlo, imponendomi di non assaggiarlo nel frattempo. A volte ci riuscivo, in genere no.
Guardai ancora il mio pasto. Non custodivo memorie di sapori, nessuna pietanza da ricordare con rimpianto o intrisa di ricordi, ma conoscevo la forza e la velocità con cui i miei denti trituravano ogni boccone che oltrepassava le labbra. Mangiare. Nutrirsi. Sopravvivere. Cibo che cuce la storia delle famiglie e dei popoli. Scarso nelle terre povere del mio sud del mondo, devastate dalle scorrerie nei secoli. Case depredate e ricostruite da donne che nei secoli hanno custodito e intrecciato nel loro ventre eredità da ogni dove, come una fucina stregata e benedetta a un tempo. Sangue moro, sassone, svevo e normanno e bambini dai mille colori a giocare nei cortili assolati. Donne custodi dell’odore del mare e degli aromi di spezie d’Oriente, di memorie di selvaggina appesa a frollare contro i cieli nordici, uva matura, mandorle, pistacchi e fichi, vino dolce e miele. Mani femminili esperte nel cucinare e menti scaltre per risparmiare e imbandire tavole con un niente degno di re. Lotta scandita dai pasti, per rendere il poco sufficiente, trasformatasi in me in guerra incessante contro l’abbondanza.
Ero un otre forato e, per quanto mi ostinassi, non riuscivo a trovare la lacerazione che mi impediva di saziarmi. Guardai le mani conserte in grembo, posizione di riposo prima dello scontro.

Oltre la finestra il cortile in silenzio, rotto a tratti dalla voce di un ragazzo mai incontrato. Tutti i giorni, a pranzo e cena, emetteva un lungo suono, come una i prolungata e cantilenante, due o tre volte e poi di nuovo silenzio. Quella nota malinconica era diventata familiare come il frinire delle cicale o il rumore del vento delle mie estati. Immaginavo un giovane uomo che cavalcava un destriero immaginario, si materializzava davanti ai suoi occhi ogni giorno insieme a quel suono. Io, invece, scomparivo con il rumore dei miei denti che trituravano ogni cosa in bocca.

Guardai di nuovo davanti a me, mi accingevo a consumare il mio pasto. Mi imponevo la lentezza, provavo ad assaporare il cibo, boccone dopo boccone, invece di ingollarlo per sentirmi piena, nel tentativo di ancorarmi al suolo, per non volare ondeggiando qui e là ad ogni alito di vento, ad ogni parola, buona o cattiva che fosse.
Ora dovevo iniziare. Quello era il momento. Avevo portato la forchetta alle labbra, ricordo la sensazione di metallo freddo, poi il boccone deposto sulla lingua e la mascella e la mandibola che iniziavano la loro lenta corsa per rendere ogni pietanza poltiglia. Il breve tragitto del bolo lungo l’esofago e l’appoggiarsi nello stomaco, come un sasso in un pozzo con poca acqua e molti detriti. Mi accingevo a ripetere macchinalmente l’operazione, quando con lentezza tornò indietro una sensazione come un’eco, uno spostarsi di sinapsi, una scia luminosa, che dallo stomaco arrivava al cervello per dirmi, con calma, che ero sazia. Interrogato ancora, lo stomaco rispose allo stesso modo. Con quel solo boccone, ero sazia, da giorni, settimane, anni probabilmente. Lo sapevo con certezza.

(Paola Giannelli)©Riproduzione riservata

Immagine: Kuščynskyj Taras

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