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La copertina è bianca, come quella del Giovane Holden: in edicola si nota. Bella, se non fosse per la scritta azzurra, sulla destra, con il nome dell’autore. Ma anche quello si deve notare: è il nome di Tiziano Sclavi, che dopo quasi dieci anni torna a scrivere una storia della sua creatura, Dylan Dog. Ne hanno parlato un po’ tutti, anche i grandi quotidiani, perché si tratta di un evento doppio: i trent’anni di Dylan Dog e il ritorno di Sclavi.

Non sono mai stato un fan di Dylan Dog, ma una volta ho letto un’intervista di Sclavi in cui descriveva il suo modo di scrivere: mi piacque, perché mi ricordava il mio. Sclavi raccontava di non scrivere seguendo una traccia, ma per scene isolate, che poi, magari con fatica, raccordava. Il trucco dello scrivere è lì: nei raccordi, nei collegamenti, che devono essere invisibile, dare l’impressione di non esserci. Così, quando ho visto quest’albo in edicola, l’ho comprato.

Dirò subito che ne sono rimasto deluso. Già a pagina 15, quando Dylan e la sua ragazza si ringraziano a vicenda dopo aver fatto sesso, mi è venuta voglia di lasciar perdere («Grazie» «Grazie a te» «È stato bellissimo», il grado zero della sceneggiatura). Il resto non è meglio: la storia è banale (una vicenda di fantasmi, dove uno dei fantasmi è l’alcolismo, l’altro la solitudine, il terzo la somma di solitudine e alcolismo), la scrittura piatta, senza emozione, persino le battute di Groucho, il compagno di Dylan, sono peggio del solito. Tra una scena e l’altra, sono i raccordi, i collegamenti a mancare. Forse si voleva fare un discorso serio – sull’alcolismo, sulla dipendenza, su ciò che provoca nelle persone, separandole dalla realtà, alienando, cancellando la possibilità di un sentimento – ma il risultato è debole, mal riuscito. Dopo un lungo silenzio, mi aspettavo di più, oppure un silenzio ancora più lungo.

Però, sì, la copertina è bella.

Sclavi-Casertano, Dopo un lungo silenzio, Sergio Bonelli Editore, pp. 100, € 3,20

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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