abito

Ogni giorno si sceglie un abito da indossare, pescato distrattamente nell’armadio o scovato sotto un mucchio d’altra roba, su una sedia.
Allo stesso modo si indossano viso e mani, collo e scapole e i piedi, anche se sembrano gli stessi di quando sei andato a dormire.

Gambe salde e schiena, che siano in grado di sorreggere – come la nuca – poi la bocca, che sappia assaporare e mandar giù, ma solo se ne vale la pena.
Poi lo stomaco, quello sì che è importante, e a volte ce ne vuole davvero tanto.
E le rotule, insieme ai gomiti, e anche le caviglie e tutto ciò che ci articola, snoda e toglie rigidità, almeno si spera.

Importante sistemare lo sguardo, che scruti in profondità, fin dove si può almeno, e poi il naso, che sia buono: per ogni giorno d’inverno, i primi caldi d’estate e ogni altra intima stagione, quando apri la finestra e annusi l’aria. Cogli umori, profumi, lezzi, presenze e assenze e il viso si atteggia, sistema i muscoli – come il resto del corpo – e puoi aiutarlo e incitarlo (e per fortuna i giorni già trascorsi non passano inconsapevoli) o lasciarlo fare.

Per dire, non va ogni giorno nel modo migliore, ma si può scegliere l’abito da indossare, anche quando si affaccia forte l’idea che non faccia differenza, ma un abito c’è: di molecole agrodolci, pelle, ossa, respiro; anche per giorni che non sai bene da che parte guardare.
C’è sempre un modo.

Iniziando da viso e mani, collo e scapole e i piedi, anche se sembrano gli stessi di quando sei andato a dormire.

(Paola Giannelli) © Riproduzione riservata

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