Racconti

Nudo e in apnea riemergo

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Le mie mani sono grandi. Le hanno chiamate in mille modi: palette, sventole, focacce, racchette. Una gara a chi le sparava più grosse sulle mie mani. Un po’ ci ridevo, un po’ cambiavo argomento, soprattutto da ragazzino. Nessuno a quell’età vuole avere qualcosa fuori posto, che poi fuori posto non era. Sono sempre state mani eleganti, solo create per un uomo più alto di me di almeno venti centimetri. Ho imparato presto che si trattava anche di mani forti e abili, che sanno imprimere vigore e toccare con delicatezza. Me ne ricordavo quando sollevavo e lucidavo i piccoli animali del mio zoo di vetro senza romperli. Provavo una profonda soddisfazione con i più piccoli della collezione.

Non riuscivo però a cancellare la sensazione che le mie mani fossero incoerenti con il resto del corpo, al pari di un neo sulla punta del naso. Sconclusionate, spuntavano oltre le maniche.
Avevo anche sviluppato un timore irragionevole di sfiorare una ragazza. Immaginavo la mia mano che copriva quasi del tutto la parte superiore della sua testa, come un piccolo cappello. Mi sembrava una circostanza ridicola. Non immaginavo altre carezze, mi fermavo a quel ragno a forma di mano sul capo di una ragazza che mi piaceva. Fino a un mattino di febbraio che profumava di mimose.

Ero con Delia su una panchina dei giardini comunali. L’aria fredda del mattino portava odore di erba bagnata e corteccia. Avremmo dovuto essere a scuola. Entrambi in ritardo quella mattina, ci eravamo allontanati lungo lo stesso lato della strada. Il mercato rionale iniziava ad animarsi. Non eravamo ancora amici.
«Dove vai?» mi aveva chiesto «Non so». E ci eravamo incamminati.
Delia. Non conoscevo altre ragazze con quel nome e mi metteva a disagio. Non perché fosse taciturna, ma per come mi guardava. In alcuni istanti che non riuscivo a prevedere, dava l’impressione di vedere attraverso me per poi vagare oltre. Non sapevo mai se mi stesse guardando con un’attenzione che nella mia timidezza trovavo insostenibile, o fossi ignorato. Era accanto senza essere vicina.
Credo che nessuno la tormentasse in classe per questo motivo, nonostante i vestiti scuri ed eccentrici cuciti da sola e il trucco troppo carico per una ragazza di diciassette anni. Esile, con gli occhi bistrati e le labbra colorate di blu che spiaccavano sulla pelle diafana, sembrava fuggita da un Manga.

Dopo aver parlato a monosillabi lungo il tragitto, arrivati ai giardini eravamo rimasti in silenzio. I nostri piedi procedevano ritmicamente facendo scricchiolare la ghiaia.
Alla prima panchina ci eravamo seduti. Delia leggermente inclinata su un fianco, io con il busto in avanti. Raddrizzandomi, avevo messo i palmi aperti sulle ginocchia. Il movimento distrasse Delia dalle sue fantasticherie, mi riportò nel suo campo visivo.
«Che mani grandi hai». Pensai alla favola e risi, come lo spruzzo di una pistola ad acqua, un pacchetto di patatine che un bambino fa scoppiare. La risata finì con il verso di un lupo appena accennato. Temevo il ridicolo, ma lì eravamo solo noi due, c’era il sole che saliva veloce in cielo e tutto profumava di inconsueto.
Anche Delia rise. Provò a ripetere il verso. Sembrava un cagnolino che guaisce e rise ancora. Una risata leggera, quasi riservata a se stessa, tutta nel sussulto delle spalle, movimento più che suono.
Prese le mie mani tra le sue. Quella sopra era metà della mia, quella che teneva sotto scompariva. Aveva dita piccole e arrossate dal freddo, le unghie laccate di nero oltre gli anelli d’argento.
«Sono… Sono bellissime» disse incespicando nelle parole.
Cercai il suo sguardo per capire se mi stesse prendendo in giro. Continuava a fissare le mani e iniziò ad accarezzarle.
«Troppo grandi» risposi per prevenire l’osservazione che mi facevano sempre.
Al contatto con la sua pelle la voce venne fuori afona, mentre continuava a sfiorarmi.
«No. Sono mani da gigante e la natura non si affida al caso. In te c’è qualcosa di bello e grande che assomiglia alle tue mani».

Non dissi niente. Quel tipo di pensieri mi confondeva, avevano una logica che non seguivo, ma furono un cuneo, la lacerazione di un tessuto troppo teso, una finestra spalancata all’improvviso. A distanza di molti anni non so spiegare cosa avvenne.
Fui invaso da un tepore che giunse rapido come una scossa elettrica. E lieve, una brezza d’estate che sale improvvisa dal mare.
Non ero un bambolotto con mani prese in prestito chissà a chi, ma in qualche parte di me che sentivo senza ancora vedere, un gigante orgoglioso delle sue mani.
Delia mi scrutava. Non vidi il trucco pesante dietro le ciglia, ma iridi verdi che, in piena luce, sembravano non fermarsi mai. Appoggiato al bordo dei suoi occhi come a un davanzale, pensai che la pelle è l’unico abito che puoi indossare davanti a sguardi come il suo.
Sfilai una mano da orso dalla presa di Delia e non mi preoccupai che le coprisse il capo come un cappello. La sfiorai come un cristallo. Chiuse gli occhi alla mia carezza e mi consentì di riemergere dal suo sguardo, nudo e in apnea.
Tornammo indietro, uno accanto all’altra, di nuovo in silenzio, la sua mano scompariva nella mia. Non sapevamo bene cosa pensare.

(Paola Giannelli)©Riproduzione riservata

 

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