Inquieto vivere

Cose da ricordare

vespone

Ieri era un giorno come un altro, un lunedì che non mi avrebbe detto niente di diverso da altri lunedì se non mi fosse passato sotto gli occhi un articolo che mi ha riportato alla mente una persona. Si tratta di Benedetto Petrone, morto a Bari la sera del 28 novembre 1977, una delle pagine più difficili della storia recente della mia città, aspra di conflitti politici su opposte visioni del mondo. A farne le spese fu un ragazzo giovanissimo: aveva solo 18 anni quando fu accoltellato.
Ripensando, ieri, a quei giorni, mi sono tornate in mente alcune immagini lontane ma ancora vivide.
Era il mattino successivo. Sveglio da poco e ancora svestito, mio fratello maggiore aveva appena ricevuto la notizia per telefono e piangeva nella sua stanza; inveiva, anche rabbiosamente, contro di me, davanti a lui, perché riteneva non avessi il diritto di piangere: e che c’entravo io? cosa volevo? erano situazioni che non conoscevo e non potevo capire, ero solo una ragazzina. Mi sembrò una cosa ingiusta da ascoltare, ma provai, con molta difficoltà, a capire il suo dolore.
Oppure le mattine, le tante mattine, in cui mia madre, piuttosto che sapere quella ventina di ragazzi e ragazze – tra cui mio fratello – a zonzo, dopo manifestazioni o scioperi, per una città divenuta poco sicura (il 1977 fu un anno difficile da nord a sud dell’Italia) apriva loro la nostra casa; mentre parlavano, ridevano, si confrontavano, lei usciva, silenziosa, e rientrava, dopo non molto, con una quantità di focaccia fumante sufficiente a sfamare un reggimento.
A volte, quando tornavo da scuola erano ancora lì – il salotto saturo di fumo di sigaretta – seduti o acciambellati dappertutto; andando in cucina, sbirciavo gli eskimo ammonticchiati sul divano, i maglioni, le clarks ai piedi, sentivo le note dolciastre di patchouli nell’aria. Quando arrivava mio padre per pranzo, con il suo fare severo e insofferente, andavano via in un attimo.
Tra altri visi che non ricordo, quello di Benedetto Petrone è nitido: capelli un po’ lunghi e mossi, gli incisivi distanziati, chino su una chitarra; aveva un bel sorriso aperto quando mi chiedeva qualcosa: dov’era il bagno, una matita, se poteva prendere un bicchier d’acqua, qualcosa dimenticata nella stanza di mio fratello. Pochi fotogrammi, fermi nei ricordi, che sono parte indissolubile di me: hanno portato la lingua della passione politica e del dolore, l’incongruo odore di gioventù su militanti che giravano per la città armati di spranghe e catene, pronti a scatenarsi contro altri ragazzi, con rabbia, in uno scontro di tutti contro ogni possibile altro. Immagini che hanno aperto la strada, nella mia mente di quegli anni, alla possibilità che qualche elemento di discontinuità possa cambiare la vita, che eventi imprevedibili – ma possibili – possano mettere a soqquadro molte esistenze con violenza e dolore. È uno dei miei ricordi più strettamente custoditi e che ancora mi parla, quando vado a cercarlo; conserva una complessità carica di energia e molte ombre: come un autunno del 1977 infinito in me, come ogni altro momento racchiuso in un ricordo.

Per associazione di idee ho poi pensato a tutte quelle persone, viste una o poche volte, che sono rimaste inspiegabilmente immobili nella memoria.
Come quel ragazzo ventenne – non avevo più di quattordici anni, ero la più piccola della comitiva di amici – che mi accompagnava a casa di qualcuno che non ricordo per una festa. Era estate e una quindicina di motorini sfrecciavano in una sera di agosto lungo una strada che correva parallela al mare; ero capitata con lui, guidava un vespone bianco, mio fratello, con un altro amico, era sul motorino in testa al gruppo. Non ricordo il suo nome, forse Alberto, si era proposto di accompagnarmi per farci arrivare tutti insieme, poi sarebbe andato via. La brezza marina mi faceva rabbrividire, ci fermammo, mi passò un maglioncino di cotone grigio-azzurro che teneva sotto la sella e aspettò che lo indossassi, poi proseguimmo, la sua mano sulla mia, a scaldarmi e un po’ accarezzarmi con la delicatezza che si userebbe con un bambino.
È stata la prima volta, credo l’unica, in cui mi sono sentita completamente sicura e a mio agio al contatto di uno sconosciuto, si era creata una familiarità immediata e completa: la fiducia del corpo quando la mente è silenziosa; quella sera avrebbe potuto portarmi fino alla fine del mondo. Non l’ho più rivisto, ma è indissolubilmente legato a quell’estate.

Ieri, continuando ad andare a zonzo con la memoria, mi sono resa conto che ci sono alcune persone con questa caratteristica nei miei ricordi: bambini, ragazzi, uomini e donne associati a momenti importanti e mai più incontrati e senza che ciò porti tristezza, solo il sentimento del naturale procedere del tempo. Persone che ho incrociato per poco e che sono lì, dentro me, a reggere consapevolezze acquisite in pochi istanti, anche grazie a loro; dei momenti cruciali o perfetti creati per caso, o così sembra, e che andrebbero sempre accolti e ascoltati, qualunque sia la fase della vita.
Perché certo, possiamo sempre soccombere alla tentazione, inevitabile dopo delusioni, sconfitte e tradimenti di ripiegare su noi stessi. Possiamo decidere di chiudere le porte al mondo una volta per tutte e smettere di condividere le parti più intime di noi evitando di essere feriti, ma rinunciando anche alla possibilità di essere sorpresi dalla vita, a volte enormemente e splendidamente sorpresi.
Credere che da un certo momento dell’esistenza in poi, non possa più accadere di guardare alla vita con stupore o di acquisire nuove consapevolezze  è comprensibile, la vita a volte svuota, ma è – probabilmente – un atto di ingiustificata, illimitata presunzione.

(Paola Giannelli)®Riproduzione riservata

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