burunda

Quand’ero piccolo, i miei genitori emigrarono in Burundi.

Io rimasi qui, con mia sorella, e per quarantotto anni non li rividi più.

Oggi sono andato all’aeroporto a prendere le urne con le loro ceneri. Me le ha portate una hostess, dentro una borsa della compagnia. Ora, sono di là, sul tavolo in cucina. Due cilindri di metallo scuro di cui non so che fare.

Mia sorella, che ha vent’anni più di me, mi ha detto di pensare a tutto io. Ci sto pensando, ma non mi viene in mente niente. Guardo i cilindri per qualche minuto, ne prendo uno in mano, lo rimetto giù. Prendo l’altro. Lo sollevo sopra la testa. Lo abbasso. Lo sollevo. Lo uso come peso. Poi sono stanco e lo rimetto giù.

Ma non so ancora cosa dovrei farne. Telefono a mia sorella. Non risponde. Esco, attraverso il pianerottolo e le suono. Non mi apre. Da sotto l’uscio vedo spuntare un bigliettino giallo. Non disturbarmi, c’è scritto in stampatello.

Ritorno in casa e mi viene un’idea. Apro a caso la rubrica del telefono. Scelgo un nome, lo scrivo su una busta e la riempio con le ceneri. Vado a spedirla. Per quel tale, non saranno più estranei che per me.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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