Segni

Insieme a Vincent

vangogh

Finalmente, sono andata a trovarlo nella sua vera casa: che si tratti di un museo è un dettaglio marginale. Mi ha accolta in un edificio arioso, in vetro e acciaio (ero insieme ad altre persone, molte altre, a tratti immobili e assorte) e dato il benvenuto con le sue tele, che conservano gli echi di una vita segnata dall’irrequietezza e percorsa dal bisogno incessante, quasi spasmodico, di dipingere.
La vita di Van Gogh è tutta lì intorno, nel suo museo, ad Amsterdam – quadro su quadro, pennellata su pennellata – un vento leggero che non infastidisce, ma è impossibile ignorare.
Prima di visitarlo, ho fatto colazione davanti a una vetrata che guarda su un prato, in una caffetteria ampia e ancora deserta, colma di luce, profumi e arredata in legno chiaro. Un grosso cane color miele, oltre i vetri, giocava sull’erba; il cielo era grigio, ma senza tristezza. Alle mie spalle, e oltre il soffitto, le sale che racchiudono una delle collezioni di quadri più amate: ero già in pace così, con una tazza di buon caffè olandese tra le mani e gli inservienti silenziosi e discreti che terminavano la mise en place di dolci e frutta. Mi piacciono le attese che portano del buono con sé.

L’ultima volta che ho visitato Amsterdam mi sono scontrata con un sorprendente orario di chiusura del museo Van Gogh: dopo le 17.00 niente più Vincent, neanche una sbirciatina, e se sei lì per lavoro, al termine di una giornata in cui immaginavi di far riposare gli occhi sulla bellezza, sembra una beffa.
Accarezzavo questa nuova visita da tempo, un desiderio appena calmato da un’installazione multimediale itinerante che ha toccato anche Milano, placato leggermente da una scarna mostra a Palazzo Reale e accresciuto dalla lettura delle lettere a suo fratello Theo, amico e confidente. Li univa un’affinità mista ad affetto che ognuno di noi si augurerebbe di trovare in un fratello o una sorella; quello che ogni genitore si augura avvenga tra i propri figli. Il carteggio è continuato per tutta la vita e mescola la quotidianità, le visioni sull’arte e la pittura (il fratello Theo era mercante d’arte), alle impressioni che Vincent traeva dalle lunghe passeggiate in campagna, passando per più prosaiche richieste di colori e tele. Se conosciamo molti pensieri di Van Gogh, lo dobbiamo a questo racconto intessuto tra fratelli.

Percorrendo le sale, quadro dopo quadro, scorrono gli autoritratti, le immagini di contadini, le scene di vita campestre, i mangiatori di patate che qualcuno ha ritenuto niente più di una buffa caricatura, la camera da letto sghemba più famosa del mondo. E poi i girasoli, i corvi che si levano da un campo di grano e quasi puoi sentirli gracchiare, una tela marina con la firma in rosso perché gli azzurri si carichino di sfumature, scorci di Parigi e di Arles.

C’è anche l’ultimo quadro, quello che era ancora sul cavalletto quando decise di spararsi al petto, messo in mostra per molti anni al contrario; raffigura un bosco ceduo e forse è davvero più bello a testa in giù.
Ci sono anche gli oggetti di uso quotidiano: penne per inchiostro realizzate con canne strappate durante le passeggiate tra i campi e tagliate in diagonale, o le matite. In una teca una scatola di lacca contenente fili colorati che erano il modo di verificare gli accostamenti cromatici: quelle pennellate di colori puri, che potrebbero assomigliare a corti fili di lana, forse originariamente lo erano davvero.

È difficile osservare i quadri di Van Gogh senza pensare alla quasi indifferenza con cui furono accolti mentre era in vita, o dimenticare la sua vita tormentata, minata dall’instabilità psichica. Vi è un misto di stupore e frustrazione nel percorrere le sale, ma anche affetto, compassione, tenerezza, oltre a constatare la facilità con cui l’essenza più profonda di un uomo può essere così apertamente trascurata: che tu sia un genio o una persona che non brilla di particolari talenti, poco importa.
Verrebbe voglia di scovare un passaggio matto nel tempo – deve pur esserci – per prendere Vincent Van Gogh da parte e raccontargli che no, non deve preoccuparsi; il desiderio che i quadri dipinti non restassero per lui soltanto sarebbe stato esaudito, eccome se sarebbe stato esaudito.

Ma sono solo fantasie. Immaginazione eccitata dalla bellezza.
Il tempo conosce invece il solo senso del procedere, ma è generoso di segni al suo passaggio: un cielo notturno a volute concentriche trapunto di stelle, un vaso di girasoli opulenti, lo sguardo di un uomo che nei suoi tanti autoritratti stava cercando di creare per sé uno specchio più accurato e meno brutale della realtà.

(Paola Giannelli)©Riproduzione riservata

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