Racconti

Racconto di Natale

babbo

Atto primo: chi ha ucciso Babbo Natale?

La notte del 25 dicembre, andò in soggiorno dopo essersi alzato a pisciare e trovò Babbo Natale steso sul tappeto, davanti al caminetto.

«Vecchio ubriacone» pensò.

Ma si sbagliava. Babbo Natale era morto.

«Vecchio cardiopatico» pensò di nuovo. «A furia di bere tazze di liquore ci sei rimasto secco.»

Si sbagliava anche stavolta. Babbo aveva un coltello infilato nella schiena, un cappio al collo, due pallottole in testa (forse tre, ma uno dei fori poteva essere stato praticato da un trapano a percussione), un paletto di frassino nel cuore (caso mai fosse pure vampiro), gli avevano fatto quattro iniezioni di Nembutal (aveva ancora le siringhe infilate nel braccio) e, per giusta misura, un clistere di tranquillanti, come a Marilyn Monroe. Insomma, diciamo le cose come stanno: Babbo Natale aveva qualcuno che gli voleva male. Anzi, non male, malissimo.

Certo, il fatto che avessero deciso di farlo fuori proprio in casa sua era una scocciatura, ma Carmine Cariddi, capo mandamento di Badalamia, boss mafioso della prima ora (e anche dell’ultima, se è per quello) sapeva come fare per sistemare la cosa. Quello che gli scocciava veramente era che il ciccione fosse caduto sopra i regali dei suoi figli, ammaccando tutti i pacchetti che lui stesso aveva confezionato con tanta cura.

«Vecchio figghiebbottana» fu l’epitaffio definitivo. Prese il telefono, chiamò Tony Lasarda e gli ordinò di correre subito a casa sua assieme a Vito Scassaminchia e Pippo ‘u Falco, che c’era una cosa da far sparire.

Poi tornò a letto, svegliò sua moglie Rosalia, si fece una scopata, le diede il suo regalo (un anello di Cartier che aveva fatto rubare apposta per lei nella gioielleria più rinomata di Badalamia) e ritornò a dormire.

«Cummannari è megghiu ca futtiri, futtiri è megghiu ca muriri e vafanculo a Babbu Natali» pensò prima di chiudere gli occhi. Per sempre.

Atto secondo: cherchez la femme

Perché Carminuzzo beddu, intanto che si scopava a Rosalia sua – che, pure che aveva avuto le sue occasioni, le era stato fedele tutta la vita – ci dava l’anima e il cuore; mentre lei, invece, che era bottanazza vera fin da picciridda, intanto che si prendeva la botta, gli si era avvinghiata alla bocca come ‘na serpenta.

Aveva infilato la lingua fino in fondo, accompagnata da una di quelle mentine che ci piacevano tanto a Carmine, e tra una sbattuta qua e una sbattuta là, ci aveva fatto ingoiare la caramellina e, dieci minuti dopo, lui se n’era morto, stecchito di veleno.

Rosalia era corsa in bagno, si era data una lavata e un’asciugata e, profumata e vestita come una zoccola, si era messa ad aspettare i compagnucci belli Tony, Vito e Pippo; che siccome era Natale, e si era scassata ‘a minchia e fari na vita da schiava, aveva programmato di liberarsi di tutto e tutti, e preparato ‘na strage.

Quando i tre arrivarono, fece la sua scena madre, che era sempre stata attrice melodrammatica: si mise a piangere e a raccontare che quel fetentone di Babbo Natale – che, in realtà, era un amante suo che la voleva tutta per sé e ci voleva raccontare tutto a Carminuzzo beddu – era arrivato e la voleva violentare; allora Carmine suo – che faceva un riposino in cameretta – l’aveva sentita guaire che già l’omone delle nevi l’aveva penetrata, era arrivato scantato e l’aveva difesa con tutte le sue forze.

Ma poi, per il troppo sforzo, che mangiava e beveva troppo assai ed era veramente nu chiattone, ci era venuto l’iptus e se n’era ammuorto.

Come una grandissima eroina da soap opera piangeva e si scopriva, si scopriva e piangeva e i tre fetentoni – che sempre l’avevano voluta a Rosalia – non se lo fecero ripetere due volte e quando lei, in presa a una crisi madre, fece lo svenimento, le saltarono addosso tutti e tre, e tra una rianimazione al cuore, una respirazione bocca a bocca e chi più ne aveva più ne metteva, e ci diedero una bella ripassata.

Esausti, promettendole che da allora si sarebbero presi cura di lei e della sua vita, si fecero un bel brindisi cin una bottiglia di sciampagna che stava al fresco, in frigo. Rosalia, tra lo smorfioso e il provocante, ci versò dentro una quantità di sonnifero che avrebbe steso un elefante e, quanto i moschettieri furono belli addormentati, prese la valigia che aveva preparato, aprì il gas, chiuse la porta e beato a chi se muorto! Scese in strada, si guardò intorno per controllare che non la vedesse nessuno, suonò il campanello di casa sua e quando il rumore dell’esplosione invase il quartiere, “buonanotte ai tromba tori” pensò e fece perdere le sue tracce per sempre. Sicuramente l’avrebbero sepolta e pianta al cimitero.

Atto terzo: che razza di storia è questa?

L’uomo si appoggiò allo schienale, inclinò la testa da un lato e guardò ciò che aveva scritto. Un concorso. Un altro concorso per aspiranti scrittori. Tema: il Natale.

Ripensò alla storia che gli era venuta in mente: era sicuro che nella pletora di racconti traboccanti di nonnine sole, famiglie lontane che si riuniscono, stucchevole profumo di vaniglia e appiccicosa resina d’abete, il suo racconto avrebbe potuto catturare l’attenzione. Magari i giurati avrebbero scartato il racconto indignati, ma probabilmente avrebbero provato a usare qualche secondo per carpirne il messaggio: che poi non sapeva neanche lui quale fosse.

Guardò il calendario alla parete. Mancava una settimana a Natale e due giorni alla scadenza del concorso. Si alzò, andò alla finestra, scostò la tenda e provò a guardare fuori. Niente. Buio e nebbia. Sembrava di essere sospesi nel vuoto. Si sedette in poltrona, tolse gli occhiali, li appoggiò su un bracciolo e chiuse gli occhi.

Li riaprì poco dopo e saltò in piedi terrorizzato. Sulla poltrona di fronte a lui c’era un uomo corpulento, anzi decisamente grasso, vestito da Babbo Natale, che lo osservava bonariamente.

«Ma chi è lei?» chiese con una vocina stridula, da ragazzina. Stava per precipitarsi verso la porta di casa quando l’omone si alzò, gli sbarrò la strada e lo ributtò a sedere in poltrona senza troppi complimenti.

«Calma, calma. Hai solo dormito un po’ e ne ho approfittato per farti una visita prenatalizia. Lascia che mi presenti, ma probabilmente hai già capito chi sono» disse il ciccione con una bella risata baritonale, che gli fece vibrare la pancia.

L’uomo lo osservava stordito, ma gli porse istintivamente la mano.

«Giacomo Colombo, piacere.»

«Eh, allora. Eccoci qui.» L’omone batté energicamente le mani sulle gambe e restò un attimo in silenzio «Di’ un po’, non ti sembra di aver esagerato?»

Mentre cercava una risposta, l’uomo vide tre piccoli esseri – un incrocio fra gremlin e folletti – salire veloci sulla scrivania e buttare per aria i fogli stampati. Leggevano, ridevano e buttavano il foglio appena letto dove capitava, con una rapidità sorprendente.

«Ehi» urlò l’uomo «dica a quei cosi di stare fermi.»

«Aiutanti, calma, non mettete in disordine la scrivania del nostro amico!» intimò l’omone. Al suono della sua voce, gli esserini si fermarono, misero in ordine in un lampo e si sedettero mortificati ai suoi piedi.

«Perdonali» abbassò leggermente il tono di voce «in genere leggono solo letterine di Natale, questo racconto li ha molto divertiti, credo che ci sia un fondo di reazione edipica in loro.»

L’uomo non parlava.

«Allora, questa storia?» lo incalzò il gigante vestito di rosso.

«Cosa?»

«È la storia più strampalata che abbia letto sul mio conto negli ultimi anni. Passi che nel racconto un bel po’ di gente sembra odiarmi, ma la mafia? E lo splatter? E vogliamo parlare della signora ninfomane? Insomma, era davvero necessario?»

«Però è venuto a trovarmi dal Polo Nord, ho catturato la sua attenzione» rispose veloce l’uomo.

«Anche questo è vero, devo convenirne, ma il motivo per cui sono qui è un altro». Sembrò cercare le parole.

«Quale?» chiese l’uomo.

«Stai per morire» e scosse con fare triste la testa.

Lo scrittore sbiancò e l’omone, alla sua reazione, rifece una delle sue risate esagerate che sembravano gorgogliare nello stomaco.«Paura, eh? Come vedi ho catturato anch’io la tua attenzione. Tranquillo, non è vero; cioè non lo so, non sono informazioni che passano da me.»

Rimasero in silenzio.

«Dice che devo alleggerire un po’ la storia?»

«Credo di sì, amico mio, così è davvero troppo. Troppe cose insieme.»

«Lascio la mafia?»

«Lascia l’eros… in ricordo dei bei tempi… sai» e si guardò la pancia «ormai laggiù non succede più niente.»

«Niente, niente?»

«Morto, nada, kaputt, ma mi sono divertito un bel po’ in gioventù» e rise ancora.

«D’accordo, proverò a ragionarci su.» Lo scrittore chiuse gli occhi per immaginare. Quando li riaprì l’omone era sparito, insieme a quelle buffe creature. Ogni cosa era al suo posto. Guardò l’orologio. Si era assopito.

Si disse che quel racconto di Natale non era davvero necessario.

Tornò alla scrivania, prese due fogli bianchi dalla stampante, poi con un grosso pennarello nero scrisse l’indirizzo del concorso su una busta gialla, a sacchetto, e numerò le due pagine.

Sulla prima scrisse: questo è il più bel racconto di Natale, vedere pagina due.

Lasciò la seconda pagina bianca, poi le infilò entrambe nella busta.

Guardò di nuovo l’orario e prese il giubbotto dall’attaccapanni: era ancora in tempo per andare all’ufficio postale.

Chissà, una chance di vincere c’era ancora.

(Stefano Bandera, Stefano Simonini, Paola Giannelli) © riproduzione riservata

 

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