Racconti

Acqua e olio

olio

Chiara cerchia in rosso due parole dell’ultima domanda per metterle in evidenza, annulla la risposta con un tratto diagonale e scrive un breve commento a margine. Spiega in cosa consiste la rotazione delle colture. Mette poi la scheda di verifica in cima a quelle già corrette e posa la penna sul tavolo. Raddrizza la schiena sulla sedia, inclina la testa verso destra e sinistra, sistema i capelli dietro le orecchie e passa a leggere l’ultimo elaborato con un leggero sospiro.
A parte qualche imprecisione, le risposte sono esaurienti. La classe si è comportata bene, nonostante il passaggio dal nomadismo alla rotazione delle colture non sia un argomento particolarmente eccitante per un branco di undicenni che fanno fatica a star fermi. Ma perché dobbiamo sempre stare seduti Prof?
Torna con lo sguardo alle verifiche corrette, solleva l’ultima e riprende quella di Enrico Acerbi. Rilegge domanda e risposta.

In cosa consiste la rotazione biennale delle colture?
In scambi di ricette e tradizioni.

Guarda le parole rotazione e colture che lei ha sottolineato e la nota scritta a margine.
Sorride. Chissà com’era concentrata per non trovare la risposta subito divertente.
Rivede Enrico chino sul foglio, un ragazzone alto e sgraziato, il più alto di tutti, che alternava momenti di grande partecipazione a silenzi ostinati, come altri alla sua età.
Pensa al mondo nomade e a quello immaginato dal suo alunno, per i secondi della risposta, dove ogni due anni, chissà se per quartiere, città o Paese ci si scambia le culture, specificamente, ricette e tradizioni, niente altro.

Chiara appoggia il foglio e guarda il monolocale. È stata fortunata a trovarlo in poco tempo dopo aver accettato una supplenza annuale nel luogo più lontano che le avevano proposto. Non avrebbe avuto granché da scambiare: mobili Ikea contro altri mobili Ikea, forse qualche ricetta vietnamita – una sua personale tradizione – e una routine serale di bellezza rubata alle donne giapponesi, ideale -sembrava – per una donna dopo i trent’anni. Poco altro.

Gigia, la gatta, salta in grembo. La donna guarda l’orologio. Il cellulare ronza sul tavolinetto.
≪Hai fame eh, mostriciattola?≫
Gigia si arrotola su stessa a pancia in su e zampe piegate. Si fa grattare sotto il collo.
≪Andiamo dai, oggi follie per cena, salmone≫.
Si alza e sistema il maglione, prende una scatoletta dalla dispensa, il metallo sibila nell’apertura; si accovaccia, svuota il contenuto nella ciotola d’acciaio per terra, accanto al tavolo.
Tradizioni.
Guarda fuori dalla finestra, si avvicina ai vetri, le case si velano di luci arancio di una città che conosce poco.

≪Oggi nonno prepara da mangiare≫ l’uomo guarda le case illuminate oltre la finestra prima di voltarsi.
≪Benedetto Iddio, ma se non sai cucinare niente! Scendi a prendere qualcosa dal panificio.≫ Una voce arriva stridula dal corridoio.
≪Non è un tuo problema: ho detto che cucino io e io cucino.≫
L’uomo alza la voce come se tra lui e la donna nell’ingresso non ci fossero pochi passi, ma un paio di stanze.
Sua moglie si abbottona il cappotto davanti alla specchio, controlla i capelli, stringe la borsa al fianco ed esce per il giro serale d’iniezioni nel quartiere.
≪Controlla la bambina.≫ Ultima raccomandazione della donna prima di chiudere la porta alle spalle.

Non era previsto che Chiara cenasse con loro e non c’era ancora niente di pronto in casa. Si era messa pazientemente a disegnare aste e quadratini su un foglio trovato in cucina, mentre sua madre borbottava con la nonna – quasi pronta per uscire – sul pianerottolo. Provava ad alzare la voce, mentre la donna anziana le diceva di fare piano ogni poche parole, e chiedeva: e domani e la scuola, non ha un cambio, che le hai detto, vedrai si sistema, torna a casa a parlargli, lo sai anche tuo padre.

Il nonno in cucina aveva abbassato la testa a quella frase, passato le mani tra i capelli, la schiena curva, ed era rimasto a fissare le case oltre la finestra.

Chiara ora guarda il nonno che sembra guardare il buio, poi lo osserva mentre prende un piatto di ceramica bianca e lo riempie di acqua appena tiepida. Versa un filo d’olio, sale, origano e mescola tutto con un cucchiaio, sposta il foglio e appoggia il piatto sul tavolo. Taglia del pane a piccoli pezzi e li mette a lato del piatto, davanti a sua nipote.
≪Ecco, Chiara.≫
La bambina guarda suo nonno, poi il piatto, poi di nuovo il nonno.
≪Devo bere?≫
L’uomo ride, prende un pezzetto di pane raffermo accanto al piatto, lo inzuppa e lo porge alla bambina.
≪Assaggia.≫
Chiara apre la bocca e assapora, titubante. Non sente l’acqua, ma solo pane tiepido e ammorbidito, olio e l’aroma dell’origano.
≪Me lo preparava sempre la tua bisnonna, è buono e sazia: una vecchia tradizione della mia famiglia, ma a tua nonna non piace.≫
≪Perché?≫
≪Dice che è per cammelli, non per cristiani.≫
Restano in silenzio.
≪Guarda la superficie dell’acqua, Chiara. È un esperimento che piaceva molto ai miei alunni. L’olio e l’acqua non si possono mescolare mai, anche usando il frullatore più potente del mondo. L’olio si separa in gocce piccolissime, può sembrare che si sia unito all’acqua, ma dopo un po’ si scindono, si separano.≫

Un tonfo al piano di sopra riporta Chiara al suo monolocale in una città che conosce poco. Separare. Nonostante ogni possibile sforzo fatto per riuscire a mescolare: è nella natura dell’olio e dell’acqua.
Prende un piatto azzurro di forma quadrata, lo riempie per metà d’acqua e ci versa un cucchiaio di olio, sale e del rosmarino. Non ha origano in casa, neanche pane. Mescola con un dito, lo porta alla bocca. Acqua, olio. Se li agiti a lungo possono dare l’impressione di essere diventati un cosa sola, ma iniziano a separarsi appena smetti di mescolarli. Alcune sostanze, cose, persone, possono restare insieme solo in equilibrio instabile.
Rovescia il contenuto del piatto nel lavandino, guarda l’olio che scivola più lentamente dell’acqua sull’acciaio. Viscosità. L’acqua fugge più in fretta da quel contatto, come se perdesse più facilmente la memoria.
Si siede sul divano e accomoda le gambe da un lato. Prende il cellulare dal tavolinetto e scorre gli ultimi messaggi; ne ha ricevuti a decine nelle ultime due settimane.

03.00 Sei sveglia?
07.03 Buongiorno Tesoro
10:01 Come puoi sparire così, in quale buco del mondo sei andata a finire
12.33 Sei pazza
15.01 Ti prego non puoi non rispondere
15.15 Ti amo
18.00 Fa’ come vuoi
19.07 Dammi una seconda possibilità
19.09 Che ti costa rispondere
22.03 Non ti cerco più, ma ricorda: ci sarò sempre per te
22.04 Dimenticavo. Stronza
22.05 Scusa, sto perdendo la testa, chiamami, avrò il cellulare acceso tutta la notte.

≪E perché, se non possono mescolarsi, acqua e olio insieme sono così buoni?≫ chiede la bambina.
≪Forse non lo sanno, forse hanno bisogno di qualcos’altro per tirar fuori il loro sapore: sale, origano, pane. Non ho una risposta Chiara, puoi provare a pensarci tu. Puoi provare.≫

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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2 thoughts on “Acqua e olio

  1. Ho letto questo racconto ieri sera. Nella notte me ne sono andata a spasso portata da sogni assurdi. Solo che stamattina, mentre smanetto per altre questioni, l’acqua e olio mi tornano in mente. Allora m’interrompo, perché non posso non lasciare un commento: Paola, hai scritto in modo magistrale (per quanto possa valere la mia opinione), vorrei essere capace di creare racconti così. Forse ci arriverò. Intanto ti faccio i miei complimenti: lo sai, se un racconto resiste alla notte, vuol dire che ha fatto segno! A presto 🙂

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    • Cara Maddalena, grazie dei tuoi pensieri e di averli espressi qui come parole. La scrittura ha questo di peculiare, credo, è sempre bidirezionale, è un processo attivo e creativo sulle due prospettive della pagina, cartacea o elettronica che sia. Qualcosa che parte e ritorna, per poi partire di nuovo.
      Grazie ancora.

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