Immaginate, chiudendo gli occhi.
Palme. Palme che ondeggiano piano al vento e un banano che abbassa le sue foglie facendo ombra fin quasi a sfiorarvi. Fiori di hibiscus rosa tutt’intorno e canneti che sussurrano. Uno stato di tranquillità profonda vi pervade, state per riaprire gli occhi e lasciarli indugiare sul mare e no, il mare non c’è. C’è invece un antico e imponente duomo in marmo di Candoglia e siete a Milano.

Questo è grosso modo il progetto, con qualche licenza narrativa, ideato dall’architetto Marco Bay per la risistemazione dell’area verde situata all’inizio di piazza del Duomo, prima del monumento equestre dedicato a Vittorio Emanuele II. Temporaneo, perché sarà ospitato per soli tre anni, e comporterà il trasloco delle piante esistenti per dar luogo ad un fazzoletto di flora esotica. L’iniziativa sarà sponsorizzata da Starbucks che è in procinto di aprire la sua prima caffetteria italiana in piazza Cordusio.

Questa la notizia. L’idea può piacere, non piacere, incuriosire o lasciare indifferenti, come per molte cose è una questione di preferenze personali e prospettive.
Vi lascio però intuire il tenore di alcuni commenti letti, del tipo (vado a memoria, ma il senso è quello): ma non si poteva puntare su piante autoctone? (e qui c’è da intendersi perché con questo principio dovremmo rinunciare – sulle nostre tavole – a pomodori, peperoni e patate, piante originarie del continente americano. Aiutiamo anche le piante a casa loro?); poi: dopo tutti gli immigrati che continuano ad arrivare, ora gli facciamo anche la flora ad uso e consumo? (stiamo parlando di pochi metri quadri di verde ed è ovviamente notorio che, appena arrivati, gli immigrati firmino petizioni per richiedere che si piantumino di palme le città, un po’ ovunque); ancora: e i macachi e gli scimpanzé? (sempre ad uso e consumo degli immigrati, sottolineo l’originalità del tema e del commento). E stiamo parlando solo di pochi metri quadri di verde.

Ho immaginato chi commenta in maniera becera con un sacco pieno di detriti vicino (sì, proprio munnezza) nell’atto di spargerli alla prima occasione utile (ci starebbe quasi bene un racconto: l’uomo (o la donna) con il sacco di munnezza in mano o meglio, a fianco perché in genere sono davanti a un pc e devono avere le mani libere per commentare in maniera compulsiva).

Personalmente il progetto mi piace, come trovo interessanti i giardini botanici creati da studiosi e viaggiatori del passato che portavano nelle loro città piante di varietà mai viste e che sono ancora vitali e curati. Se, affacciandomi al balcone, vedessi una impossibile mangrovia, al più sorriderei.
Assodato che pochi metri quadri di verde esotico non sono in grado di provocare danni all’habitat meneghino (ammesso che le piante selezionate riescano a sopravvivere all’inquinamento, ma sembra siano state selezionate per resistere – almeno – ai rigori invernali), lo trovo un modo per riflettere sul fatto che siamo già colorati, mescolati, pasticciati, stratificati: facciamo nostre tradizioni culinarie nate in Paesi distanti, ci innamoriamo di libri scritti sotto latitudini diverse e a volte sogniamo il deserto.

Allora, provando a stilare una lista di cose ammissibili e non, suonerebbe un po’ così: il sushi sì, la palma no; il kebab sì, la bergenia no; la letteratura africana sì e il canneto cinese no; proprio non arrivo a capire – sarà sicuramente un mio limite – che fastidio possano arrecare piante scelte, in aggiunta ai sempreverdi, in modo da donare fioriture in varie tonalità di rosa nelle diverse stagioni dell’anno e che occuperanno una porzione tutto sommato modesta di piazza del Duomo.
È però uno spunto di riflessione per chi si è trovato, o si troverà nella sua vita, ad essere giudicato incongruo rispetto a quanto lo circonda: alcuni tipi di incongruità, come la bellezza, sono negli occhi di chi guarda.

(Paola Giannelli) ® Riproduzione riservata

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