La sua vita, da trent’anni a questa parte, è sempre la stessa: ogni notte, anche quelle dei giorni di festa, sta seduto dietro il bancone di questo piccolo albergo a due stelle – in una zona semiperiferica della città – ad aspettare che tutti i clienti si ritirino a dormire.

Non capita quasi mai bella gente, la maggior parte dei frequentatori sono rappresentanti di prodotti di seconda categoria pateticamente vestiti di abiti senza forme, le patacche di cibo che spiccano sulle cravatte, pezzi di forfora addormentati su colli sgualciti e consumati dal tempo.

Solo durante i fine settimana arrivano coppie giovani che, non disponendo di grosse possibilità, scelgono alberghetti poco cari come questo: anche se spesso non capisce la lingua che parlano, cerca di immaginare le loro vite nei paesi dai quali provengono, riportati sui documenti di identità; disegna le loro giornate, e le case in cui si svegliano, al mattino; inventa professioni fantastiche e, a seguito della sua grande esperienza, riesce ormai a riconoscere le coppie felici.

Ha imparato a valutare l’intensità degli sguardi, lo splendore dei sorrisi istintivi, la complicità del prendersi per mano senza accorgersene, e quella frenesia di volersi rinchiudere in tutta fretta nella propria stanza, per abbandonarsi all’amore in una città sconosciuta.

Quando tutti gli ospiti sono rientrati, sale a passi felpati uno dei tre piani dove la coppia prescelta si è ritirata, e li ascolta fare l’amore.

Il mattino dopo, quando si è ormai lasciato alle spalle la notte di lavoro ed è ritornato a casa – nella grigia periferia della città – abbandonato nel suo letto a una piazza che odora di tristezza, si lascia travolgere dai ricordi. Chiude gli occhi, ricercando le immagini sbiadite di quei visi sorridenti, e si masturba immaginandoli godere corpi guizzanti e perfetti che, grazie alla loro giovinezza, sanno vedere la bellezza anche dove non c’è.

Poi sprofonda in un sonno senza sogni, fino alla prossima notte di veglia.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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