Inquieto vivere

Prendo una vacanza da me

vacanza

Per oggi, starò alla larga dalle indeterminatezze (e da tutte le paure) e scuoterò le indecisioni dalla finestra insieme alle briciole di pane: niente che oscilli in avanti e indietro, destra e sinistra o in tutti i modi perversi che si riesce a immaginare. Al massimo quel niente lo butto giù. Davvero.

Farò un bagno troppo caldo e bolle con la bocca: con il viso a pelo d’acqua guarderò i seni che spuntano come piccole isole e inventerò una storia di fantascienza o d’amore, non so.

Spazzolando i denti schizzerò di dentifricio lo specchio del bagno e unirò le macchioline con la matita per gli occhi: inizierò a disegnare un frattale e un mandala e subito me ne stancherò. Guardandomi attraverso i tratti scuri non penserò a mettermi qualcosa addosso, mi dirò solo che mature è la terza ricerca degli italiani su youporn.

Mi truccherò moltissimo e, già che ci sono, finirò col dipingermi una faccia da clown, poi andrò ad aprire la porta al corriere facendo spuntare solo la testa, un braccio e una mano, non ci farà caso: sono sicura veda stranezze peggiori nei suoi giri di consegna. Sciaquerò il viso e mi vestirò.

Calzerò una scarpa rossa e una verde, non farò caso ai colori, ai tessuti, alle stagioni: sono sicura che starò benissimo.

Berrò troppo caffè e non conterò i carboidrati, neanche i grassi se è per questo. Inaugurerò la giornata mondiale del frigorifero libero (libera anche tu un frigorifero, se puoi).

Di iniziare a lavorare non se ne parla neanche, né di portare a termine con diligenza un progetto, men che meno di iniziarlo.

Risponderò in maniera seccata agli operatori dei call center: mi dispiace del lavoro che fanno, ma essere educati porta via un sacco di tempo, che siano indulgenti con me, per un giorno.

Terrò il volume della musica troppo alto e, quando sarò stanca di ascoltare, mi eserciterò al pianoforte provando almeno dieci studi di Cramer fino al punto dell’errore e poi indietro e in avanti ancora; mi dispiace per il vicino, ma non è colpa mia se negli anni sessanta si costruivano case con i muri sottili.

Inizierò e lascerò da parte almeno cinque libri – di quelli che trovo sempre e non ricordo mai di aver comprato – e avrò finalmente il coraggio di abbandonare quelli brutti alla fermata del  tram.

Darò del salmone fresco al gatto e mangerà a tavola con me, sarà molto elegante sul cuscino, con il muso sul piatto.

Pianterò un fiore, un fagiolo, una cipolla, metterò in acqua uno stelo reciso: non è possibile che mi dimentichi sempre delle piante.

Farò molti pettegolezzi con la portinaia e visto che lei non ne fa, ne inventerò soprattutto io, poi andrò dai signori del settimo piano, quelli che non salutano mai: porterò dei cornetti caldi e chiederò loro perché.

Al supermercato, sbocconcellerò un tramezzino senza pagarlo, poi farò il giro del quartiere, dimenticherò il telefono, il tablet, la macchina fotografica, fotograferò solo con gli occhi e mi arrenderò al pensiero che i colori delle immagini, in mente,  virano sempre sui sentimenti.

Staccherò, non vista, una foglia d’alloro dalla mia siepe preferita e l’annuserò; mi siederò su una panchina a guardare chi esce dalla metropolitana, ascolterò il sole, il vento leggero, ignorerò lo smog.

E se qualcuno mi chiederà: «Ma che stranezza è questa?» solo per quel giorno, in un sol boccone, lo mangerò.

(Paola Giannelli)® Riproduzione riservata

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