Qualche volta, come (credo) ogni padre di famiglia, soffro la tentazione di immaginarmi dio. «Sei tu un dio?» mi chiede Gozer (uno dei personaggi di Ghostbusters: se non avete mai visto Ghostbusters, prima guardatelo, poi ne riparliamo). «Sì!» rispondo io: ma mi rendo conto è più semplice essere Gozer che essere un dio, sia pure con la d minuscola.

Poi guardo mio figlio o mia figlia. Mi guardano anche loro – l’uno o l’altra – con occhi che solo loro sanno avere. Non sono occhi. Sono chiodi nel palmo delle mani. Nel dorso dei piedi. Non fanno male, fanno il gioco della vita. Fanno il cambio nel gioco delle parti. Per cui sei tu che chiedi, mentre loro non rispondono: proprio come farebbero dei piccoli dei. Veri Dei, con la D maiuscola. Forse veri Gozer.

E allora pensi che nella tentazione (di sentirsi dei) è meglio non cadere. Nemmeno quando sei nel deserto. Nemmeno dopo giorni o settimane di digiuno.

Meglio restare nel laboratorio, a mescolare lettere, piallare tavole. A costruire un tetto.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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