Racconti

L’uomo che guardava la gente correre

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Vivo dentro una stazione, una di quelle grandi e piene di confusione, dove la gente va sempre di fretta, quasi che la vita fosse una corsa in cui arrivare sempre per primi, senza curarsi degli altri.

Ci sono stati giorni in cui correvo anch’io: lavoravo nei palazzi dell’alta finanza, dove bisogna sempre performare, perché chi si ferma è perduto.

Avevo una bella famiglia, una moglie, due figli, una casa elegante nel centro della città. Vacanze al mare d’estate e settimane bianche in inverno e poi via, alla conquista del mondo, ogni volta che era possibile. Avevo anche tanti amici, superficiali e interessati, che mi frequentavano per quello che avevo e non per quello che ero. I ragazzi semplici e di cuore, con i quali ero cresciuto, erano rimasti a fare gli operai e i contadini nel piccolo paese di campagna dove ero cresciuto e che mi ero lasciato alle spalle una volta partito per andare a fare l’università.

Mi ero laureato a pieni voti in Economia, per ripagare gli sforzi dei miei genitori che – una volta sposato  – avevano preferito lasciarmi andare per la mia strada: trovavano mia moglie troppo rigida e poco alla mano e io, pur non potendo dargli torto, li avevo lasciati andare.

Avevo continuato a correre sempre più forte – stavo diventando un fuoriclasse – perché bisogna avere tutto e anche di più e, quando già intravedevo la cima della montagna e la tanto agognata vetta era ormai vicina, mi si è oscurata la vista, le gambe hanno smesso di rispondere e mi sono fermato per sempre.

Adesso vivo in fondo al binario dodici. Un vagone dismesso e mezzo accartocciato è diventato la mia casa. Sto in compagnia del sole e del vento, delle giornate di pioggia e di bufera, in compagnia di notti illuminate dalle stelle e dalla luna.

Vivo solo e isolato dal mondo, in pace con me stesso e con la vita, e ho imparato ad accontentarmi di poco, quel tanto che basta per vivere e ringraziare ogni giorno che mi ritrova vivo.

Nascosto nel mio anonimato – perché quando stai ai margini del mondo la gente fa finta che tu non esista – ho imparato a guardare la gente: le espressioni dei visi, solcati di felicità e di rabbia, le lacrime di pianto sconsolate, e la paura. Ho imparato a rincorrere la gente con lo sguardo, e capire dove stia andando.

Perché quelle inutili corse verso il niente, ognuno le corre da solo: nella convinzione che vincere debba necessariamente significare dovere battere gli altri, e dimostrare di essere migliore.

Guardo, e penso a quanto sia stato fortunato, dal giorno in cui – attraverso la perdita di tutto – credendo che si fosse spenta la luce intorno a me, e fossi stato condannato alle tenebre, ho finalmente cominciato a vivere.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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