Storie e persone

Nessuno tocchi Carletto

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Il giorno del battesimo di Carletto rimase negli annali della famiglia come un giorno da dimenticare.

La decisione di avvicinarlo al sacramento era stata presa dopo furiose litigate – condite di urla, pianti e musi lunghi – tra Matteo e Ulderica Carmela: Lombardia contro Calabria. Lui che diceva «il bambino non entra in chiesa» e lei che piangeva come una fontana recriminando che «già mi hai costretta a sposarmi in comune, come una barbona, che mia mamma piange ancora e non dorme la notte, e il mio bambino non crescerà senza la guida del cielo». Poi, lasciandosi andare a un pianto disperato, aggiungeva, rincarando la dose, «che se muore sbattezzato, mi rimane nel limbo e non diventa un angioletto». Per concludere la discussione, lei alzava gli occhi al cielo e, con una voce che le arrivava dal cuore, intonava un «dov’è carità e amore, qui c’è Dio»: lui invece, che non aveva più voglia di sentirla, usciva urlando e sbattendo la porta.

Alla fine, però, Ulderica Carmela tanto disse e tanto fece che il battesimo di Carletto fu organizzato in un battibaleno e, due domeniche dopo l’ultima sfuriata, si ritrovarono tutti in chiesa. Lei, che aveva fatto le cose in grande, aveva invitato tutti i parenti dalla Calabria e, per fare al marito un dispetto ancora più grande, si presentò indossando – insieme alla madre e alla sorella, che si era sposata nella chiesa del paesello calabrese con un timorato uomo del sud – una mantiglia di pizzo, lunga fino ai piedi.

I parenti del nord, all’apparire di quel trio di “zingarelle” erano rimasti basiti. Mentre la musica si alzava tra le navate e lei offriva il suo bambino a Dio con il parroco di Osnago come tramite, lui, con un finto sorriso sulle labbra, le aveva sussurrato un “terona” che l’aveva fatta arrossire di umiliazione e di rabbia.

Fu a quel punto che successe l’imprevedibile: quando il prete prese tra le braccia il piccolo, Carletto iniziò a piangere, si divincolò, si liberò dalla presa del povero prete e si tuffò a spanciata, tra le urla di tutti i presenti, nel fonte battesimale. Quando ne riemerse con un grande sorriso sulle labbra, spruzzò un lungo getto d’acqua sulla faccia del sacerdote, facendogli volare via gli occhiali e lasciandolo lì cieco e costernato.

La musica cessò improvvisamente e, recuperata la vista, il povero parroco cercò di riportare la calma e procedere quanto prima alla somministrazione del sacramento, ma avvenne un altro fatto inaspettato e nessuno poté credere ai propri occhi: la porta della chiesa si spalancò, il buio fu squarciato da una luce violenta e, in quel cono luminoso, apparve nientepopòdimeno che il diavolo.

Il prete, recuperata la vista, non potendo credere ai propri occhi, sollevò tra le mani un crocifisso che portava sempre nella tasca della tonaca e si lanciò in anatemi contro quell’essere immondo che veniva a turbare il battesimo di un nuovo figlio del cielo. Fu una crisi isterica di vade retro e sparisci dalla casa del Signore. Il diavolo, incurante di tutto quel baccano, non si spostò di un centimetro e lo stupore del sacerdote fu ancora più grande quando il piccolo Carletto – che aveva imparato a mugugnare da poco – prese ad agitarsi tra le braccia del padre facendo segno di voler andare dal demonio, avendo riconosciuto in quel sinistro figuro un collega di lavoro della madre,

Matteo lo lasciò scivolare a terra, Carletto si stese sulla schiena, diede un colpo di reni e, rotolando su se stesso, raggiunse il diavolo: gli si infilò tra le braccia, gli diede un bacio sul naso e, spingendo con gambe e piedi e parlando in una lingua comprensibile solo ai puri di cuore, gli fece segno di volere uscire dalla chiesa; tra lo sconforto della Calabria e il sollievo della Lombardia che il diavolo, ogni battesimo, se lo porta via.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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