Nel mio mondo non ci sono i colori e molte parole, per me, non significano nulla.

Sono nata nel buio, figlia delle sensazioni, di un’esistenza disegnata da voci amate, di parole sussurrate e lette con le dita, e di giorni abitati dai rumori della memoria, a cui gli altri hanno dato un nome per me: ho imparato a disegnare con le mani i visi e i corpi di chi mi sta intorno, e a sentire i suoni nascosti che gli altri non sanno sentire.

La mia bellezza si nasconde nel calore di una voce. Non so immaginare un viso o il colore degli occhi, con quella luce straziante di cui parlano le storie d’amore. Posso solo abbandonarmi al gioco magico delle voci che si rincorrono e lasciarmi travolgere dalle emozioni delle parole dette, sussurrate, urlate e piante o ascoltare il mio cuore che batte forte, soggiogato alle sensazioni.

Ricordo una sera a teatro – mi piace abbandonarmi al buio che nasconde il mondo e mi rende uguale a tutti gli altri – uno spettacolo doloroso e inquietante, che mi aveva incuriosito perché l’attrice protagonista interpretava una donna cieca; ci ero andata, curiosa di scoprirmi nelle parole di una donna che fingeva di essere ciò che non era.

Sentivo come un’onda di corrente elettrica, l’attenta partecipazione del pubblico intorno a me, quella condivisione della pena e del dolore che ci spinge sempre verso chi sta peggio di noi.

Ascoltavo quella voce modulata che invadeva la sala e, al contrario degli altri spettatori, che ascoltavano silenti quel dolore tragico, io sorridevo amaramente.

Anche quando le luci sul palcoscenico si sono spente – sull’ultima battuta ad effetto, che parlava di notti abitate dalla luce della luna – mentre sentivo gli spettatori tirare un sospiro di sollievo e gli applausi scroscianti chiamare l’attrice al proscenio, io continuavo a sorridere, scuotendo la testa: avrei voluto alzarmi, per fermare quell’applauso esagerato, e gridare che non c’era stata alcuna verità dietro quelle parole; perché quell’attrice parlava di luna e di stelle con una convinzione e una conoscenza che una cieca non potrebbe mai avere e che faceva, della mia infermità, un monologo superficiale e privo di verità.

Perché io non lo so come sono la luna, e le stelle, quando brillano.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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