Capita sempre più spesso di osservare immagini molto suggestive che sono state modificate: nella luce, nei contrasti, nell’equilibrio tra toni caldi e freddi, nella saturazione del colore; da questo deriva molta della loro bellezza.

Sono immagini che catturano l’occhio, si lasciano osservare, a volte con una punta di stupore. I cieli sembrano più ampi e incombenti, il chiaroscuro di un certo ritratto lo renderebbe adatto a una mostra fotografica d’autore, una goccia di rugiada su una foglia acquista le trasparenze di una gemma; usare un filtro è davvero facile e molti smartphone con fotocamera consentono di farlo con un click. Certo, l’uso dei filtri in fotografia non è una novità, ma si tratta di un nuovo modo generalizzato non tanto di fotografare, ma di scegliere il prodotto finale della nostra rappresentazione del mondo.

C’è da chiedersi da dove provenga l’attrattiva di un’immagine che è comunque diversa da ogni realtà che possiamo mai aver visto e mai potremo vedere e che resta teorica, più vicina alla visione soggettiva e immaginaria di un pittore davanti a una tela, che non al momento fotografico catturato nella realtà delle sue imperfezioni.

Si tratta probabilmente di evocazione, esattamente come accade per un dipinto. Sono immagini che trovano un cuneo istintivo e immediato nell’immaginazione. Il punto di partenza è il fotogramma bloccato di quell’istante, l’arrivo è altrove – diverso per ognuno – in una dimensione in cui la realtà viene esaltata e addomesticata; il filtro fa emergere particolari che nella visione d’insieme, diluiscono: il contrasto tra cielo e mare, i toni aranciati di un tramonto, il blu avvolgente su cui appoggiano le nuvole.
O forse, più banalmente, stiamo perdendo la capacità di vedere: preferiamo immaginare, forzare ciò che fotografiamo in un mondo rappresentato, teorico, virtuale, in cui il reale è uno spunto.
Se capitasse solo con le immagini sarebbe un elemento innocuo e trascurabile.

(Paola Giannelli)® Riproduzione riservata

Annunci