Inquieto vivere

Filtro, dunque sono

filtro

Capita sempre più spesso di osservare immagini molto suggestive che sono state modificate: nella luce, nei contrasti, nell’equilibrio tra toni caldi e freddi, nella saturazione del colore; da questo deriva molta della loro bellezza.

Sono immagini che catturano l’occhio, si lasciano osservare, a volte con una punta di stupore. I cieli sembrano più ampi e incombenti, il chiaroscuro di un certo ritratto lo renderebbe adatto a una mostra fotografica d’autore, una goccia di rugiada su una foglia acquista le trasparenze di una gemma; usare un filtro è davvero facile e molti smartphone con fotocamera consentono di farlo con un click. Certo, l’uso dei filtri in fotografia non è una novità, ma si tratta di un nuovo modo generalizzato non tanto di fotografare, ma di scegliere il prodotto finale della nostra rappresentazione del mondo.

C’è da chiedersi da dove provenga l’attrattiva di un’immagine che è comunque diversa da ogni realtà che possiamo mai aver visto e mai potremo vedere e che resta teorica, più vicina alla visione soggettiva e immaginaria di un pittore davanti a una tela, che non al momento fotografico catturato nella realtà delle sue imperfezioni.

Si tratta probabilmente di evocazione, esattamente come accade per un dipinto. Sono immagini che trovano un cuneo istintivo e immediato nell’immaginazione. Il punto di partenza è il fotogramma bloccato di quell’istante, l’arrivo è altrove – diverso per ognuno – in una dimensione in cui la realtà viene esaltata e addomesticata; il filtro fa emergere particolari che nella visione d’insieme, diluiscono: il contrasto tra cielo e mare, i toni aranciati di un tramonto, il blu avvolgente su cui appoggiano le nuvole.
O forse, più banalmente, stiamo perdendo la capacità di vedere: preferiamo immaginare, forzare ciò che fotografiamo in un mondo rappresentato, teorico, virtuale, in cui il reale è uno spunto.
Se capitasse solo con le immagini sarebbe un elemento innocuo e trascurabile.

(Paola Giannelli)® Riproduzione riservata

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5 thoughts on “Filtro, dunque sono

  1. Sono pensieri che ho avuto anch’io, sai? Ormai siamo talmente abituati alle realta’ “contraffatte” mostrate dagli scatti pubblicati sui social che noi stessi, quando ne facciamo uno, non ne siamo contenti, anche se la foto in se’ e’ bella e perfetta gia’ cosi’ com’e’. Una volta si andava in giro con nella borsa decine di vetri colorati e di lenti per dare ad un singolo scatto quel qualcosa di unico; oggi basta scegliere su uno schermo quale effetto e filtro vogliamo apporre su quella particolare immagine (questo dopo averla scattata direttamente in 1:1, pronta per essere pubblicata su IG).
    E’ una bella evoluzione, sotto certi aspetti, ma anche deprimente sotto certi altri. Non siamo piu’ in grado di dare un giudizio obiettivo a cio’ che vediamo. Quando vediamo qualcosa, inconsciamente ci mettiamo subito al lavoro per capire come migliorarla, come farla piacere di piu’, come renderla piu’ speciale, piu’ particolare, piu’ tutto.

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  2. Scrivo, dunque filtro.
    Come la buona stesura testuale emerge dalla banale, spesso la “modifica” fotografica non aggiunge inesistenza ma semplicemente mostra ciò che l’occhio non può rivelare… e nessuno troverebbe curioso l’uso degli occhiali o bizzarra l’operazioni di cataratta, paragonabili al togliere il “tappo” all’obiettivo o l’uso della lente macro ed il polarizzatore in fotografia.
    Comunque la realtà è “divenire” mentre la foto è solo un istante della realtà, congelato in un fotogramma… e sarebbe doveroso assumerlo proprio come espressione di un “istantaneo” stato d’animo che media emozioni e intendimenti del “fotografo” nel momento dello scatto.

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