Fleba il fenicio sciolse i lacci della borsa
e mi mostrò i trenta denari
avuti in cambio del mio cuore.
L’avrei visto di lì a due settimane
gonfio d’acqua sul bordo di una spiaggia
eppure in quel momento non lo odiavo,
per lui avevo soltanto nostalgia.
Mi sentivo più leggero,
camminavo ad un metro da terra
e le api mi carezzavano i capelli
con l’ansia delle loro mani bianche.
La padrona del Circo Medusa
mi offrì un posto di prima attrazione:
seduto in un cubo di vetro
mostravo il mio torace spalancato
su una profondità fatta di vento.
Il pubblico, ammirato, applaudiva.
Tra le signore c’erano svenimenti,
tra i signori sguardi di perplessità.
A mezzanotte lo spettacolo finiva,
ma alle cinque il circo era già vuoto.
La padrona srotolava i suoi tentacoli
e mi piegava con meticolosa cura
per ripormi in un cassetto del suo armadio.
Io non dormivo, annusavo naftalina
e ragionavo sulle geometrie del caso,
mentre la notte, spalancata contro il cielo,
cuciva sogni negli specchi delle nuvole.
Fleba il fenicio, morto da due settimane,
non ragionava né di sogni né di nuvole,
e degli specchi non sapeva più che farne.
Non era carne, non era neanche spirito,
era soltanto una sciarada inutile.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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