Racconti

Autotomia (I morti)

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Essere fascisti nell’aprile del ’45 aveva un senso. Esserlo stati un anno prima non ne aveva nessuno. La Repubblica Sociale, se mai era stata altro, pareva più il sogno di un delirio che la maschera di un’ombra. Mussolini non era né l’uno né l’altra. Quando seppi che era stato arrestato e fucilato mentre cercava di fuggire travestito da tedesco, capii che era morto da un pezzo. La coda della lucertola continua ad agitarsi anche quando è staccata dal corpo, le membra degli animali sussultano anche dopo la morte: noi continuavamo a esistere.

Il 23 aprile del ’45 ero a Milano. La fine si respirava un po’ dovunque. Nei caffè si facevano discorsi che solo un mese prima sarebbero costati la galera. La rivolta era solo questione di giorni. Dovevo fare in fretta.

Cercare un traditore in mezzo ai traditori è solo in apparenza complicato. Trovare un vigliacco dove nessuno ha più motivo di avere paura è solo un gioco di pazienza. La città era ansiosa e tranquilla nel medesimo tempo. Vidi gruppi di camerati scappare il più in fretta possibile, senza dare nell’occhio. Vidi i banditi seguirli con calma e agitazione.Tutto quanto mi faceva più pena che schifo: il regime era una larva che meritava il suo destino. In due o tre bordelli fuori mano ebbi strane notizie di Daneri. Sembrava fosse già fuori città. Mi parve impossibile. Le fughe erano così evidenti da richiedere coraggio o incoscienza, un vile non ha né l’uno né l’altra.

Presi una camera in un vecchio albergo. Feci un paio di telefonate. Non mi dissero troppo ma nemmeno troppo poco. Il giorno dopo uscii a mezzogiorno. Il venditore di libri di Porta Venezia mi guardò insistentemente. Forse non mi riconobbe. In Piazza San Babila mi guardai alle spalle. Feci un sospiro quando scoprii che mi seguivano. Entrai in un caffè. Due giovanotti si guardarono l’un l’altro. Feci loro un cenno col capo. Quando uscii, mi seguirono, mi passarono un biglietto. Ci stringemmo le mani di fretta. Raggiunsi la casa ed entrai, senza che la portiera mi dicesse nulla. Salii al terzo piano. Bussai. Da dentro dissero che era già aperto. Daneri mi stava aspettando.

La casa era buia. Nella stanza infondo al corridoio la luce era accesa. Daneri, sprofondato in una vecchia poltrona di pelle, stringeva tra le mani un bicchiere di cognac. Era vecchio oramai.

«Ne vuole anche lei?» mi chiese quando entrai. Risposi di no con un cenno.

«La stavo aspettando», mi disse. Non ebbe il piacere di vedermi sorpreso.

Mi indicò con la mano una sedia. Restai in piedi. «Perché non è scappato?» domandai.

«Non ne ho bisogno», rispose. «Perché sarà lei a farmi fuggire.»

Non capii cosa volesse dire. Gli dissi che non era mia intenzione. Vidi un libro sulle sue ginocchia e domandai cosa stesse leggendo. Mi rispose che era una storia inglese.

«È la storia di un re che sconfisse un altro re e che il giorno seguente fu sconfitto da un duca, da un uomo che chiamavano il bastardo. Il suo corpo fu mutilato orrendamente. Solo la sua amante riuscì a riconoscerlo. Quel duca fu re e lo chiamarono il conquistatore. Così a un re succede un altro re ed è quest’ultimo a scrivere la storia. Non è importante vincere o perdere battaglie, ma trovarsi dalla parte più forte alla fine: sopravvivere.»

«Forse è vero ciò che dice», obiettai. «Ma si dice che Cesare pianse quando seppe della morte di Pompeo.»

«Può darsi», rispose. «Ma anche questo non fa che ingrandire la figura di Cesare. Il coraggio e l’astuzia erano, credo, le sue doti essenziali. Questo episodio lo rende anche pietoso: lo rende, io dubito, irreale.»

«Perché non umano?» gli chiesi.

«L’umanità è contraddittoria, non infinita. Può essere buona o malvagia, pietosa o crudele, ma non può esserlo contemporaneamente. Io un tempo l’ho odiata, ora le parlo da amico.»

Mi avvicinai alla finestra. Guardai attraverso la persiana chiusa. Era buio. Ne fui sorpreso. Passai una mano all’interno della giacca e afferrai la pistola. Quando mi voltai, vidi che Daneri si era alzato. Pensai che volesse fuggire, invece restò immobile a guardarmi.

«Non è importante vincere operdere», mi disse. «Ma ricordi che è venuto per uccidermi.»

Guardai le sue mani strette attorno al bicchiere. Il libro deposto sopra il tavolo. Il suo viso ingiallito dalla luce artificiale. Senza accorgermene fui nel corridoio. Un attimo dopo ero in strada.

Il 25 aprile, per uno di quei miracoli che la storia spesso contempla, gli italiani erano già tutti antifascisti. Mentre bevevo un caffè seduto a un tavolo, gli stessi giovani che mi avevano indicato la casa di Daneri mi consegnarono a una squadra di banditi.

Nel cortile di una caserma mi presero a schiaffi. Qualcuno gridò, da lontano, il mio nome. Riconobbi la voce. Mescolata a un gruppo di insorti vidi la faccia butterata di Daneri.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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