Inquieto vivere

Quando la terra brucia

gatto

E dire che quando sono all’aperto dormo con un occhio solo. Sono sempre all’erta e non amo dormire a lungo di notte, preferisco andare a zonzo. Sono attento a ogni rumore, fruscìo: è come se la natura, senza i rumori della città e del giorno, fosse più incline a mostrare piccoli eventi trascurati, fosse solo un pipistrello che inizia la sua ronda.

Amo soprattutto le radure, mi piace il contatto dell’erba fresca e dell’umido che sale dal terreno in estate, quando oltre gli alberi e sull’asfalto l’aria sembra solida dal caldo. Si può solo stare fermi e aspettare che prima o poi qualche alito di vento, anche uno insignificante che sembra aver smarrito la strada, dia un po’ di sollievo. Per poco, ma basta.

Non l’ho proprio sentito avvicinarsi, non li ho sentiti, erano in due. Quello più grosso – era davvero grosso – mi ha immobilizzato come se non avessi peso, sovrastandomi di molto con la sua stazza. Ho provato a divincolarmi, ci ho provato con tutta la forza che avevo, ma non mi sembrava più di avere bocca, denti, unghie, come se avessi perso in un istante ogni capacità di reazione: ero un fascio di nervi che si dimenava inutilmente.

Sono stati velocissimi e, mentre quello grosso mi teneva, l’altro continuava a ripetere sbrighiamoci con una specie di sottovoce gridato, poi mi ha bagnato completamente. Era un liquido dentro una bottiglia di plastica, aveva l’odore che si sente, a volte, vicino alle automobili e dai benzinai. Poi ha detto all’altro di stare attento e quello, tenendomi solo con una mano, ha acceso una piccola fiamma, l’ha avvicinata al mio corpo e mi ha spinto via con forza, liberandomi.

Andavo a fuoco, bruciavo. Pelo, zampe, occhi, unghie. Miagolavo di terrore. Correvo impazzito nel cercare di spegnermi. Facevo come quando qualcosa si impiglia nel pelo: mi contorcevo, sbattevo di qua e là. Andavo contro un albero, un mucchio di foglie, cespugli, rovi, urtavo tronchi e correvo, non so quanto velocemente ho corso e per quanto, credo poco, comunque. Ero oltre il dolore, sfioravo la pazzia. Bruciavo. Incendiavo ciò che toccavo.

[Allo scoppiare degli incendi d’estate ritornano notizie di gatti usati per innescarli, a cui il racconto si ispira. Sperando che la pratica resti per sempre nel regno della fantasia – anche se continua a essere verosimile – va ricordato che, nella storia, animali di vario genere sono stati usati come strumenti di guerra, fino a creare una specifica iconografia di gatti e altri animali, raffigurati con delle specie di razzi incendiari]

(Paola Giannelli) ®riproduzione riservata

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