Qualche anno fa è uscito un libretto intitolato La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita. L’ha scritto Philippe Delerm, un francese. Il breve racconto che dà titolo al libro comincia così. «È l’unica che conta. Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un’abbondanza sprecata. L’ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere. Ma la prima sorsata! Comincia ben prima di averla inghiottita. Già sulle labbra un oro spumeggiante, frescura amplificata dalla schiuma, poi lentamente sul palato beatitudine velata di amarezza».

Chi, in vita sua, ha bevuto almeno una birra, magari in una calda giornata d’estate, sa che è vero. La prima sorsata è la più vera, le altre sono repliche sbiadite. Il racconto mi è tornato in mente quando ho scoperto l’esistenza della birra Minchia, prodotta in Sicilia, nei dintorni di Messina (e dove, sennò?). «Come sarà la prima sorsata di Minchia?» mi sono domandato. Risposta difficile, soprattutto perché di Minchia non ne esiste una sola. C’è la Minchia Bionda, la Minchia Rossa e la Minchia Tosta. E se il nome delle prime due può sembrare curioso, quello dell’ultima allontana ogni dubbio sulla fantasia di chi ha creato il marchio.

Così mi sono immaginato una serie di slogan pubblicitari per la prossima campagna del prodotto: Minchia di sera bel tempo si spera; Una Minchia al giorno toglie il medico di torno; Chi beve Minchia campa cent’anni; La Minchia del vicino è sempre più verde; Una Minchia tira l’altra e infine, La prima Minchia non si scorda mai. Forse nemmeno l’ultima. Del resto tutto è relativo e, come dice il proverbio: Una Minchia non fa primavera.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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