Ascoltavamo i dispacci delle stelle,

gli annunci spenti, i resti degli anelli.

Sotto le deviazioni di Saturno

vedevo l’aria ungersi d’argento,

farsi di fuoco, infondersi di smalti.

Il dio dei ragni, sperduto nell’abisso,

si esacerbava in tele copromorfe,

nubi di polvere, accumuli di botole.

«Dritta la schiena» urlava il Timoniere.

«Voga alla dritta, remi in battitura!»

Chini agli scalmi, noi restavamo muti,

resi sapienti dal disperdersi dell’orbita,

della memoria, del palpito oculare.

Sulla murata scivolava il Topo,

la barba incolta, i muscoli accordati,

l’ernia occultata nella scatola dei tendini.

Ma il Segugio Celeste lo vedeva,

gli sigillava i bronchi con la cera,

lo riduceva all’anima di un atomo,

di entelechia, di una perduta monade.

Poi il clavicembalo annunciava la tempesta,

il Timoniere si piegava al vento d’etere,

l’ombra di dio si distendeva sull’abisso

e d’acqua e luce si faceva schermo.

«Testa l’arcano, interroga la Sfinge»

gridava ai morti lo spettro del Nostromo.

Intanto l’aria lentamente si scuciva,

i rematori divellevano gli scalmi,

i remi inutili cadevano tra i flutti

e il suono delle voci si sfaceva.

Approdavamo a continenti sconosciuti:

Lemuria, Mu, i lacerti di Gondwana,

ma erano solo sogni di naufragi,

fantasmi immobili, scenografie di vuoto.

Alla mia destra vidi l’Ippocampo,

Il Santo Graal, l’Arca dell’Alleanza,

la muta spoglia del Pastore Cieco.

Solo del Cane non c’erano vestigia,

né la sua orma, né l’orbita grigia.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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